L’infermiere di famiglia e di Comunità e la vulnologia: un’opportunità da costruire

La situazione demografica italiana, che evidenzia un aumento dei bisogni sociali e sanitari territoriali non più gestibili dalla figura “solitaria” del medico di famiglia (struttura, peraltro, in crisi sia identitaria che numerica), ha portato alla creazione e allo sviluppo della figura dell’Infermiere di Famiglia e di Comunità (Decreto-legge n. 158 – Legge Balduzzi). La pandemia ha accelerato i tempi di implementazione di tale figura, definita come il professionista responsabile dei processi infermieristici in ambito familiare e comunitario: all’infermiere di famiglia spetta il compito di lavorare in collaborazione con tutte le figure professionali della rete dei servizi sanitari e sociali della comunità in cui è chiamato ad operare, dalla famiglia al medico di assistenza primaria, all’assistente sociale, ma anche alle ADI, alle strutture geriatriche, psichiatriche e per la disabilità dell’adulto, presenti e attive nel territorio.
L’obiettivo principale è quello di ridurre le ospedalizzazioni, attraverso un intervento di valutazione multidimensionale e di messa in atto di strategie preventive (dall’educazione dei soggetti alla valutazione degli ambienti, ecc.) nella casa del paziente. Nel caso poi emerga un problema sanitario, l’infermiere di famiglia dovrebbe, quando possibile, preferire e incentivare le cure domiciliari, garantendo tutte le prestazioni sanitarie necessarie a dare supporto alla persona ed alla famiglia, per un’adeguata ripresa delle attività quotidiane.
Molti sono gli scenari che si possono aprire per questa nuova figura, ma subito balza all’occhio di chi lavora da anni in ambito vulnologico, la possibilità di avere finalmente un supporto professionale in un ambito ancora messo ai margini della sanità moderna: la cura delle lesioni cutanee e, finalmente, la loro prevenzione.
Il Prof. Elia Ricci, punto di riferimento della vulnologia italiana, scrive:

“Le ulcere e le piaghe croniche sono storicamente associate a malattie oggetto di forte stigma sociale, come la lebbra, il colera o la peste, perciò chi ne è affetto è ancora vittima di ghettizzazione, senza diritti o quasi”

Bene, io vedo nell’infermiere di comunità la figura che può aiutare noi specialisti a raggiungere capillarmente il territorio vulnologicamente ancora sconosciuto. Sappiamo che quando un piede diabetico, un’ulcera venosa o una lesione cutanea qualsiasi approdano in ADI o in un ambulatorio specialistico spesso è troppo tardi, perché quella lesione cutanea non è che l’espressione visiva di un mondo patologico, ma anche culturale e sociale, molto grave e complesso, oltre che completamente sommerso.

Quindi è necessario muoverci prima, in molti sensi e in molti ambiti, che io però riassumerei in una triade: prevenire, riconoscere, curare bene.

La traduzione di questo è:

  • Prevenire
    L’infermiere di famiglia va reso capace di valutare la situazione cutanea di un paziente che incontra al domicilio, al fine di renderlo edotto sulle strategie di prevenzione delle lesioni (igiene corretta, posture, calzature). Deve, inoltre, essere capace di riconoscere una lesione, se presente, per poter da un lato attivare la rete di cura necessaria ad evitare la sua cronicizzazione e, dall’altro, evitare gli interventi scorretti casalinghi e del “sentito dire” spesso causa prima di aggravamento.
    Se la collocazione dell’Infermiere di famiglia sono le Case di Comunità, un sogno che ho nel cuore da anni potrebbe realizzarsi proprio lì: creare dei “nostrani” Leg Club o Club delle gambe dove fare incontri di prevenzione delle ulcere rivolti alla popolazione ma anche ai medici di medicina generale, che poco hanno modo di conoscere, culturalmente, questo mondo. In queste sedi potremmo far accedere anche chi ha lesioni croniche “secolari”, soggetti spesso soli, proprio per la vergogna che accompagna avere una piaga e una gamba bendata, mutuando proprio i Leg Club anglosassoni.
  • Riconoscere
    Riconoscere vuol dire “fare diagnosi” e la diagnosi, di competenza medica, deve precedere sempre la medicazione. Purtroppo, però, oggi non avviene così e la “cura” (= medicazione) precede la diagnosi, cosa che non avviene per nessuna malattia. L’infermiere di famiglia può essere un tramite in tal senso, concordando con i curanti dove e a chi indirizzare i pazienti al fine di produrre una diagnosi corretta e quindi una cura mirata, compito medico-specialistico. Le strategie terapeutiche, infatti, oggi sono molteplici: bendaggi, medicazioni, ma anche cure fisiche come le onde d’urto, la fotobiomodulazione, gli innesti etc.
  • Curare bene
    Curare bene è il risultato di una corretta diagnosi. In un momento di risorse sempre più ridotte, conoscere le medicazioni in termini qualitativi, ma anche in termini economici, vuol dire garantire cure idonee e accessibili.

Siamo molto lontani oggi dallo scoprire quanto si estenda sott’acqua l’iceberg “ulcere cutanee” e questo per vari motivi: il persistere del sentimento della vergogna che si accompagna all’autocura dei malati; la già sottolineata ghettizzazione del problema “ulcera”, relegato ai margini della sanità; la mancanza di coordinamento fra interventi territoriali e ambulatori e centri specialistici e, infine, ma non ultima, l’assenza quasi totale di corsi di aggiornamento di base per la medicina territoriale e di incontri di prevenzione per la gente comune.
L’infermiere di famiglia, a mio parere, potrebbe essere l’elemento cardine di questo processo.
Nel mio lavoro di Medico di Medicina Generale, esperto in vulnologia, proveniente, per scelta, da anni di lavoro ospedaliero in unità riabilitative e in ambulatori vulnologici, l’incontro con questa figura pochi mesi fa, ha rappresentato l’uscita dalla realtà di isolamento in cui mi sentivo come medico territoriale. Per me essere medico vuol dire lavorare in equipe: solo l’equipe consente di conoscere il paziente, specialmente se cronico e/o anziano, nella sua globalità e complessità, e permette di intervenire, dove per “intervenire” si intende non solo prescrivere un esame o un farmaco, ma prendersi cura di un soggetto e del suo nucleo familiare. I risultati possono essere importanti verso pazienti spesso molto difficili, destinati ad un “rimpallo” fra continui ricoveri e scarsi risultati sulla qualità della vita e sull’autonomia domestica.

Gli infermieri di famiglia sono ora la mia equipe, come lo erano in ospedale! Con la loro presenza e il loro lavoro capillare, arricchito da un confronto continuo fra le parti, dal coordinamento con tutto il resto della rete territoriale e ospedaliera, dalla scelta e dalla condivisione dei servizi più opportuni per un determinato paziente, il mio lavoro di Medico di Assistenza Primaria diventa più fruttuoso.

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